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III parte del sondaggio Kelly Global Workforce Index

Formazione, questa sconosciuta 

 

Kelly Services, multinazionale americana fondata nel 1946 a Detroit, è specializzata nel settore delle risorse umane ed opera in 40 paesi del mondo tra cui l’Italia. In seguito ai notevoli riscontri ottenuti negli anni passati, Kelly Services ha proseguito il progetto “Kelly Global Workforce Index” conducendo una nuova indagine internazionale dedicata alle opinioni dei lavoratori sul mondo del lavoro.

Nonostante la fase di recessione che sta attraversando l’economia globale, la formazione viene indicata dai lavoratori come una priorità per accrescere le proprie competenze. Ben 8 italiani su 10 temono, infatti, che, entro i prossimi 5 anni, le proprie competenze saranno diventate obsolete. Secondo il monitor KGWI 09, inoltre, più della metà dei dipendenti è critico rispetto alla reale efficacia dei percorsi di formazione proposti dalle aziende nel supportare gli avanzamenti di carriera (59% il dato Italia; uomini 58%, donne 60%).

È quanto emerge dallo studio commissionato da Kelly Services, multinazionale americana che opera nei servizi per le risorse umane, all’Istituto Galaxy Research di Sydney su un campione di 100.000 lavoratori in oltre 34 Paesi, di cui oltre 6.000 italiani.

Secondo l’indagine, è netto -e unanime anche tra gli occupati di diversa età- il giudizio emesso dai lavoratori a proposito dei corsi di aggiornamento: gli italiani di età compresa tra 30 e 47 anni liquidano la formazione prevista dalla propria azienda come insufficiente nel 52% dei casi; il malcontento sale al 62% se ad essere intervistati sono gli italiani della cosiddetta generazione X, che hanno quindi dai 48 ai 65 anni. Sempre in base alle evidenze raccolte nel KGWI, i più critici sarebbero i ragazzi tra i 18 e i 29 anni, con il 69% delle nuove leve italiane che si sente rallentato nel proprio percorso di carriera a causa di un programma di training inadeguato.

Un dato, questo, che non si può ignorare ma che deve essere letto alla luce di alcune considerazioni. Nel nostro Paese, infatti, molti giovani decidono di lavorare anche durante l’università; si tratta spesso, però, di professioni che gli stessi ragazzi scelgono più per finanziare il proprio percorso di studi o qualche capriccio che per un reale interesse per l’attività svolta – dichiara Stefano Giorgetti,Direttore Generale di Kelly ServicesConsapevoli di questo, molte aziende tendono ad investire meno nella formazione dei giovanissimi, per natura poco fedeli all’azienda. Inoltre, bisogna ricordare che la prima occupazione rappresenta un momento di per sé altamente formativo perché richiede ai neoassunti di adeguarsi a logiche e dinamiche, quelle aziendali, che sono molto distanti da quelle che regolano l’ambiente accademico”. 

Anche analizzando il campione “by gender”, la frattura che normalmente separa nei giudizi maschi e femmine si “salda”. Dalle evidenze emerse dal KGWI sembra, infatti, che le tanto discusse pari opportunità si compiano solo, e in negativo, quando si parla di training: in questo caso, solo 2 punti percentuali separano Marte (insoddisfazione per il 58%) da Venere (insoddisfazione per il 60%). Stessa uniformità di giudizio si riscontra anche quando viene chiesto ai lavoratori italiani se credono che la funzione HR aiuti effettivamente a raggiungere i propri obiettivi di carriera: in questo caso, il 65% degli uomini e il 62% delle donne risponde negativamente.

I dati emersi dal KGWI rivelano come i lavoratori abbiamo ormai una profonda consapevolezza di quali debbano essere le capacità necessarie per vincere le nuove sfide che l’evoluzione delle professioni impone, soprattutto in un momento di stasi economica come quello che stiamo attraversando. Una consapevolezza che deve essere patrimonio anche delle aziende. Non è, infatti, lontano il tempo in cui, proprio a causa di un calo negli investimenti di formazione, il mercato del lavoro si è trovato sguarnito di professionisti specializzati. Una condizione alla quale si è posto rimedio, ma da cui non siamo indenni – afferma Stefano GiorgettiSoprattutto in considerazione della forte competitività dell’economia globale e dei rapidi cambiamenti tecnologici, è indispensabile che i lavoratori siano seguiti e formati sulla base degli obiettivi di carriera che l’azienda si prefigge per loro con l’obiettivo di mantenere alti i livelli di produttività e beneficiare dell’investimento sul capitale umano ”.

Il basso livello di soddisfazione rispetto ai percorsi formativi messi a disposizione dalle aziende non è solo un problema italiano, ma riguarda anche i colleghi di altri Paesi: in Russia (69%), Ucraina (63%), Turchia (62%) Polonia e Lussemburgo (60%), il malcontento è ancora maggiore rispetto a quello che serpeggia nel Bel Paese. E, se non stupisce constatare come negli States, veri e propri pionieri nelle metodologie di formazione e aggiornamento professionale, si registri il valore minimo (34%), sapere che questo stesso risultato è stato ottenuto in Porto Rico è certamente degno di nota. Buona la situazione anche in India, dove solo il 36% dei lavoratori si lamenta dell’efficacia degli strumenti per l’aggiornamento a cui ha accesso.

Ma, nonostante il malcontento diffuso, solo il 5% del campione italiano crede che la responsabilità dell’aggiornamento sia esclusivamente compito dell’impresa presso la quale opera, mentre il 73% riconosce che la formazione dei lavoratori è una corresponsabilità che deve essere equamente distribuita tra l’azienda e i dipendenti stessi.   Nonostante il malcontento “globale”, molte aziende, per far fronte alla contrazione del giro d’affari dovuto alle dinamiche dell’economia internazionale, guardano ai fondi destinati alla formazione come costi eliminabili. Un atteggiamento imprudente sul piano strategico, perché un’impresa che non investe nella formazione della propria forza-lavoro rischia di non poter contare su dipendenti motivati e soprattutto pronti a rispondere alla domanda di un mercato sempre più mutevole, nel momento della ripresa.

In un contesto economico che si rivela sempre più globale, competitivo e orientato verso la produzione di servizi più che di beni materiali, ogni singolo dipendente diventa prezioso in quanto detentore di un know-how operativo difficilmente trasferibile. – continua Stefano Giorgetti - Data la premessa, risulta chiaro perché le aziende che avranno la lungimiranza di investire in formazione, anche e soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, riusciranno ad ottenere migliori risultati in termini di produttività e di efficienza”.

Interrogati sulle modalità di aggiornamento che avrebbero bisogno di ricevere,[1] il 49% degli italiani si schiera a favore dei corsi professionali, il 38% preferirebbe ricevere una formazione sul posto, mentre il 7% desidererebbe approfondire percorsi che permettono di ottenere qualifiche di tipo universitario. Fanalino di coda, indicati solo dal 6% dei lavoratori del Bel Paese, i percorsi di apprendimento autonomo.

 

                                                                                                                                        Milano, Ottobre 2009


[1]Le percentuali sono calcolate sull’85% di italiani che hanno dichiarato di temere che, nei prossimi 5 anni, le proprie competenze professionali saranno inadeguate a svolgere al meglio il proprio ruolo

 

KGWI 2009

La rassegna stampa di Kelly Services
Le opinioni dei lavoratori sulle tematiche più importanti del mondo del lavoro