III parte del sondaggio Kelly Global Workforce Index
Secondo Kelly Services, per il 41% dei dipendenti del Bel Paese, premi e incentivi sono il miglior carburante per dare slancio alla resa in ufficio, ma il 64% dichiara di non lavorare in ambienti meritocratici.
Premiati per il proprio valore. Così si vogliono sentire i lavoratori italiani secondo Kelly Services, che ha intervistato un campione costituito da 10mila dipendenti del Bel Paese allo scopo di valutare quanto la meritocrazia, tanto invocata dalla comunità economica, rappresenti un obiettivo da raggiungere anche in Italia, troppo spesso accusata di fare delle conoscenze e delle raccomandazioni l’unico meccanismo per avanzare nella carriera.
Secondo il Kelly Global Workforce IndexTM - l’indagine condotta su oltre 100mila lavoratori di tutto il mondo da un istituto di ricerca indipendente per conto di Kelly Services- infatti, il 41% dei lavoratori italiani si dichiara convinto che l’efficienza individuale potrebbe essere potenziata vincolando l’erogazione di incentivi – premi di produttività, ma anche formazione, sconti sull’abbonamento alla palestra, etc.- al raggiungimento di obiettivi; una certezza più maschile (46%) che femminile (35%).
Nonostante la diffusa convinzione, in molti denunciano come la prassi meritocratica sia poco diffusa nel Belpaese: il 64% del campione intervistato rileva che la premiazione del merito –tanto verso il singolo individuo quanto verso i team di lavoro- è un aspetto del tutto alieno al proprio vissuto.
“Come risulta in modo chiaro dai risultati del Kelly Global Workforce IndexTM , la meritocrazia come regola per gestire i percorsi di carriera nei luoghi di lavoro risulta essere uno degli aspetti più fortemente desiderati da dipendenti, ma rappresenta anche un fattore di primaria importanza per i capitani d’impresa che, solo promuovendo il merito, possono trattenere e attrarre le migliori competenze presenti sul mercato. - dichiara Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services Italia – Per questa ragione, è auspicabile l’introduzione negli uffici di prassi di valutazione oggettive e quanto più formalizzate, che misurino la capacità del lavoratore di aderire con il proprio operato ai valori che identificano l’azienda, diventandone così ambasciatore d’eccellenza presso tutti i pubblici, diretti e indiretti, con i quali l’impresa normalmente si interfaccia”.
Sempre secondo i dati raccolti, inoltre, è ancora il fattore economico la leva in grado di motivare maggiormente il lavoratore ma, coerentemente con il progressivo slittamento del concetto di valore verso la sfera immateriale, cresce l’apprezzamento verso i benefit erogati sotto forma di possibilità di beneficiare di un servizio.
Il 46% del campione dichiara, per esempio, che come riconoscimento per la propria professionalità desidererebbe ottenere la possibilità di partecipare a training formativi, considerati un investimento a lungo termine per la carriera. Al secondo posto della classifica stilata dai lavoratori italiani si posiziona la flessibilità negli orari (15%) e, a stretto giro, l’aumento del tempo libero a disposizione. È interessante notare, però, come la classifica venga stravolta se il campione viene esaminato sulla base del sesso di appartenenza: in questo caso, la flessibilità per le donne aggrega il 19% delle preferenze mentre la medaglia di bronzo per il benefit più ambito dagli uomini va alla possibilità di disporre di una vettura aziendale (12%).
Se rispetto alle gratificazioni esiste una certa varietà nelle preferenze espresse, la quasi totalità del campione concorda, invece, sul fatto che la salute e più in generale il benessere del lavoratore dovrebbero essere contemplati nelle tante variabili che definiscono il compenso per le proprie prestazioni. Un aspetto nuovo, che suggerisce come la ricerca del benessere possa essere considerato effettivamente una nuova leva d’incentivo. Il 91% del campione considera, infatti, importante avere a disposizione benefit che abbiano ripercussioni sulla salute e il 74% si spinge addirittura ad attribuire al proprio datore di lavoro precise responsabilità in termini di benessere psicofisico dei dipendenti.
Milano, ottobre 2010



